Moltissimi autori e autrici nel corso della storia della letteratura hanno usato proprio il loro mestiere come protagonista dei propri romanzi. Hanno fatto, cioè, meta-letteratura: descritto, fatto vivere ai loro personaggi, sviscerato cosa significa scrivere, pubblicare e gestire un prodotto letterario. L’articolo di oggi è dedicato proprio a questo genere di libri e dedicato a tutti coloro che si ritrovano affascinati dall’ambiente editoriale e curiosi di scoprire cosa si cela dietro i meccanismi della macchina da scrivere. Per accompagnarvi in questo breve viaggio meta-letterario però non userò la saggistica, bensì romanzi che sono riusciti a raccontare l’editoria in modo del tutto inedito.

Il primo romanzo di cui è necessario parlare quando si nomina la meta-letteratura è “Yellowface” di R. F. Kuang. Notissima autrice fantasy che ha acquisito la stima del grande pubblico grazie alla trilogia di “La guerra dei papaveri”, R. F. Kuang con “Yellowface” si destreggia in tutt’altro territorio: quello del thriller meta-letterario. Jude, autrice caucasica americana di scarso successo, è amica di vecchia data di Athena Liu, giovanissima scrittrice di origini cinesi che ha raggiunto il successo planetario e che ha invitato Jude a bere qualcosa per festeggiare la firma di un contratto con Netflix per l’adattamento di un suo romanzo. Durante la serata, tuttavia, Athena muore. Prima di passare a miglior vita Athena ha preso la pessima decisione di mostrare a Jude il suo prossimo manoscritto, ancora incompiuto e noto solo all’intimità del suo studio. Si tratta di un densissimo romanzo storico sulla condizione degli operai cinesi durante la Prima guerra mondiale, ovviamente narrato da una penna appartenente alla minoranza cinese immigrata in America e con una grandissima conoscenza del periodo storico a cui fa riferimento la storia. In casa di Athena si precipitano i paramedici e la polizia e Jude, nel trambusto generale, ruba il manoscritto inedito e, dopo averlo terminato di suo pugno, lo pubblica con il suo nome scritto sopra.
Da questo momento in poi il romanzo prende una piega inaspettata per Jude: convinta di aver agito in buona fede, non per interessi di fama ma per restiuire al mondo l’ultima storia di Athena, Jude mente a se stessa e a tutti coloro che la circondano, precipitando in una spirale di inganni, minacce e riflessioni sul tema dell’appropriazione culturale. Con una penna che ferisce più di una lama, R. F. Kuang delinea in maniera spietata le dinamiche del mondo editoriale contemporaneo, le invidie tra scrittori, le ipocrisie delle grandi case editrici, che pur di vendere copie sono disposte a qualsiasi cosa. Ma soprattutto l’autrice ci fa entrare nella psicologia contorta di una protagonista con cui è difficilissimo entrare in empatia: codarda, bugiarda, rabbiosa, Jude è la voce perfetta per raccontare una storia che non vuole accompagnare il lettore a fare una passeggiata di salute, ma che intende stravolgere quell’idea romanticizzata della figura dello scrittore e capovolgere la credenza che i libri non possano ancora sconvolgere l’opinione pubblica e generare accesissimi dibattiti socio-politici.

Il secondo libro che vi consiglio porta un titolo che è tutto un programma: “Piove per esigenze di trama” di Nicolò Targhetta. Questa commedia dell’assurdo vuole giocare proprio sulla gestualità dello scrivere una storia, sui meccanismi della narrazione e, in modo originalissimo, prova ad abbandonare la prospettiva di chi legge e di assumere quella di chi viene letto. Il nostro protagonista è Commissario Elfo, un personaggio di una saga fantasy che si è ribellato al suo autore e ha deciso di farla finita con il suo genere di appartenenza, rifugiandosi in un giallo. Vivendo la sua vita nel perenne tentativo di sfuggire a qualsiasi cliché narrativo, il Commissario Elfo si muove in un mondo popolato dai personaggi delle storie, tiene un profilo basso e si rifiuta di farsi imbrigliare di nuovo dalle mani di qualcuno che intende scrivere la sua storia al posto suo. Le cose si complicano quando un altro personaggio lo va a cercare pregandolo di aiutarlo a risolvere un caso.
Con ironia spiazzante Nicolò Targhetta pubblica uno dei romanzi più originali degli ultimi anni per quanto riguarda il panorama editoriale italiano. Mescolando il giallo – perfetto per questo periodo dell’anno – alla meta-letteratura, si ottiene una vicenda che esce da qualsiasi margine e stimola sempre una risata o una riflessione su cosa significa creare storie.
L’ultimo consiglio di oggi è “Great, big, beautiful life” di Emily Henry, ultimo romanzo dell’autrice di romance preferita di chi sta scrivendo questo articolo. Emily Henry ha spesso usato l’ambito editoriale come pretesto per le sue storie d’amore: in “Book Lovers” i protagonisti sono un’agente letteraria e un editor; in “Beach Read” due scrittori. In questo terzo caso Alice e Hayden sono due biografi che si contendono la pubblicazione della biografia di Margaret Ives, figlia ormai anziana di una famiglia di magnati dei tabloid, scomparsa dalle scene dopo un enorme scandalo che ha stravolto tutta la sua vita. Alternando capitoli in cui vediamo svilupparsi il rapporto tra Alice e Hayden, costretti a vivere insieme per un mese sulla piccola isola in cui si è rifugiata Margaret, a capitoli in cui invece leggiamo della storia misteriosa di questa donna scomparsa dalla vita pubblica con un segreto legato addosso, Emily Henry ci parla di nuovo del complesso intreccio tra sentimenti e ambizione.
Senza perdere il suo smalto brillante, “Great, big, beautiful life” non è tra i romanzi più iconici di Henry, ma resta una bellissima occasione per indagare il mestiere dello scrittore, la corsa alla storia perfetta, la paura di lasciarsi sfuggire la grande occasione della vita. Tutte questioni spinose che diventano ancora più difficili da gestire quando l’amore inizia a mettere i bastoni tra le ruote.